ISSN 1973-9702

 

U3 iQuaderni #09

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aprile-giugno 2016

a cura di
Filippo de Pieri & Matteo Robiglio

 

La crisi finanziaria globale del 2008 è una crisi nata nelle città. Per un momento, per qualche settimana o mese, per un anno — ma in molti luoghi ancora oggi — quello che per tutto il dopoguerra era stato il cuore del meccanismo di creazione e consolidamento dei valori economici urbani — la garanzia ipotecaria del debito — e, molto di più, uno dei motori della straordinaria crescita del benessere nelle società della classe media europee e nordamericane — la proprietà immobiliare come forma privilegiata e di usa di accumulazione del capitale (Piketty 2013) — sembra essersi fermato. Ancora una volta, più di altre volte, il binomio città/crisi si ripropone, in forme nuove: a ricordarci come la crisi sia dimensione costitutiva dell’urbano in quanto luogo dello squilibrio dinamico, del pluralismo conflittuale, della continua necessaria negoziazione di valori e simboli. Spingendoci così ad osservare in quali forme la città organizza i suoi spazi in risposta e a partire dalle nuove condizioni — sociali, culturali, economiche, spaziali — che la disruption della crisi ogni volta produce. Non a caso Max Weber individuava proprio nella rottura dei legami stabili delle fedeltà familiari e territoriali il punto di costituzione della città come forma di organizzazione umana (Weber 2003). Non a caso i saperi della città si propongono immancabilmente come correzioni dello squilibrio, della patologia, dell’ingiustizia, della bruttezza. Non a caso le narrazioni urbane uniscono sempre distruzione delle forme consolidate ed emergere del nuovo, nel racconto corale di una “distruzione creativa”: l’apparire della fantasmagoria delle merci in Au bonheur des dames di Zola (1883) distruggeva riti ed economie del commercio di ancien régime come oggi nuove forme di economia web-based aggrediscono i mercati urbani del trasporto, del cibo o del turismo.

Questo quaderno di Urbanistica Tre raccoglie gli esiti di una discussione avviata nel 2015 all’interno del Dottorato in “Architettura. Storia e Progetto” del Politecnico di Torino, a partire dall’urgenza che attraversa molte riflessioni sull’architettura e sull’urbanistica contemporanee, e al tempo stesso a partire dalla percezione della necessità di rinnovare una parte dell’armamentario conce uale delle discipline del territorio, in particolare per quanto riguarda il problema del rapporto tra cambiamento urbano e spazio costruito. In che modo le città sono capaci di rispondere alle crisi? Il tema è da tempo un terreno di ricerca per le scienze sociali, per i saperi territoriali e per le discipline storiche, alla ricerca di spiegazioni su possibili fattori di successo o insuccesso del fenomeno urbano, sulla replicabilità delle condizioni che rendono le città capaci di esercitare alcune delle loro funzioni chiave (Glaeser 2011), sugli elementi costitutivi di quell’insieme di fattori che una vasta e discussa letteratura tende oggi a indicare sotto il nome di resilienza (Vale & Campanella 2005). Fenomeni di continuità e permanenza nel tempo caratterizzano la storia di tutte le città ma al tempo stesso ogni città si deve confrontare nel breve, medio, lungo periodo con congiunture in cui uno specifico assetto economico, sociale, spaziale si trova messo in discussione talvolta in modo radicale.

(…)

F. De Pieri & M. Robiglio


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